Guido Gozzano — Una Risorta

    Guido Gozzano-poesie

    In un pomeriggio tranquillo, Guido (qui la bio) viene visitato da una sua ex con cui ha avuto un paio di tramine.

    La citazione della sua poesia “Il buon compagno”, ci fa intuire che la signora l’è una vecchia fiamma di cui lui si era innamorato e con cui ha consumato almeno una dozzina di rapporti carnali.

    Lei è giunta di sorpresa, cercandolo tra gli abitanti del paesiello (“chiesi di voi/ nessuno sa l’eremo profondo / di questo morto al mondo/ …) , scombussolando la quieta pace, affrancata dal disìo, in cui Guido si è rannicchiato. L’incontro con la donna ora gli provoca un vago senso di vergogna per la sua trasandatezza.

    MA, ehehehe… la tipa è ancora un bel vedere, e, mentre lei si annoia a morte guardando le farfalle del Guido (ah, la cara vecchia collezione di farfalle) e dentro i micorscopi degli studi (presunti) in cui il Guido può permettersi di oziare, scatta quel tendine che sta sotto all’ombelico.

    I due, in men che non si dica, si ritrovano allacciati in un lunghissimo e saporitissimo bacio di cui Guido non è parco di descrizioni (riseppi le sagaci labbra/ e frammista ai baci/ l’asprezza dei canini)

    Infine, altrimenti Guido non sarebbe Guido, questa storiella lo porta ad una delle chiose più belle dell’universo conosciuto, che lascio a voi il gusto di scoprire.

    Qui le mie note personali —> VAI ALLE NOTE PERSONALI

    Una Risorta

    I.

    «Chiesi di voi: nessuno
    sa l’eremo profondo
    di questo morto al mondo:
    Son giunta! V’importuno?»

    «No!… Sono un po’ smarrito
    per vanità: non oso
    dirvi: Son vergognoso
    del mio rude vestito.

    Trovate il buon compagno
    molto mutato, molto
    rozzo, barbuto, incolto,
    in giubba di fustagno!…»

    «Oh! Guido! Tra di noi!
    Pel mio dolce passato,
    in giubba o in isparato
    Voi siete sempre Voi…»

    Muta, come chi pensa
    casi remoti e vani,
    mi strinse le due mani
    con tenerezza immensa.

    E in quella famigliare
    mitezza di sorella
    forse intravidi quella
    che avrei potuto amare.

    II.

    «È come un sonno blando,
    un ben senza tripudio;
    leggo lavoro studio
    ozio filosofando…

    La mia vita è soave
    oggi, senza perchè;
    levata s’è da me
    non so qual cosa grave…»

    «Il Desiderio! Amico,
    il Desiderio ucciso
    vi dà questo sorriso
    calmo di saggio antico…»

    Ah! Voi beato! Io
    nel mio sogno errabondo
    soffro di tutto il mondo
    vasto che non è mio!

    Ancor sogno un’aurora
    che gli occhi miei non videro;
    desidero, desidero
    terribilmente ancora!…»

    Guardava i libri, i fiori,
    la mia stanza modesta:
    «È la tua stanza questa?
    Dov’è che tu lavori?»

    «Là, nel laboratorio
    delle mie poche fedi…»
    Passammo tra gli arredi
    di quel mondo illusorio.

    Frusciò nella cornice
    severa la sottana,
    passò quella mondana
    grazia profanatrice…

    «E questi sali gialli
    in questo vetro nero?»
    «Medito un gran mistero
    l’amore dei cristalli.»

    «Amano?!…» – «A certi segni
    pare. Già i saggi chini
    cancellano i confini,
    uniscono i Tre Regni.

    Nel disco della lente
    s’apre l’ignoto abisso,
    già sotto l’occhio fisso
    la pietra vive, sente…

    Cadono i dogmi e l’uso
    della Materia. In tutto
    regna l’Essenza, in tutto
    lo Spirito è diffuso…»

    Mi stava ad ascoltare
    con le due mani al mento
    maschio, lo sguardo intento
    tra il vasto arco cigliare,

    così svelta di forme
    nella guaina rosa,
    la nera chioma ondosa
    chiusa nel casco enorme.

    «Ed in quell’urna appesa
    con quella fitta rete?»
    «Dormono cento quete
    crisalidi in attesa…»

    «Fammi vedere… Oh! Strane!
    Son d’oro come bei
    pendenti… Ed io vorrei
    foggiarmene collane!

    Gemme di stile egizio
    sembrano…» – «O gnomi od anche
    mute regine stanche
    sopite in malefizio…»

    «Le segui per vedere
    lor fasi e lor costume?»
    «Sì, medito un volume
    su queste prigioniere.

    Le seguo d’ora in ora
    con pazienza estrema;
    dirò su questo tema
    cose non dette ancora.»

    Chini su quelle vite
    misteriose e belle,
    ragionavamo delle
    crisalidi sopite.

    Ma come una sua ciocca
    mi vellicò sul viso;
    mi volsi d’improvviso
    e le baciai la bocca.

    Sentii l’urtare sordo
    del cuore, e nei capelli
    le gemme degli anelli,
    l’ebbrezza del ricordo…

    Vidi le nari fini,
    riseppi le sagaci
    labbra e commista ai baci
    l’asprezza dei canini,

    e quel s’abbandonare,
    quel sogguardare blando,
    simile a chi sognando
    desidera sognare…

    Note personali

    Che dire? Il Guido è sempre il Guido.

    Guido che non si ferma a raccontare storie d’amore al limite della malinconia, del raccapriccio verso la realtà e della conseguente ritirata dal mondo, ma affonda con parole ordinate, la lama nel cuore.

    Raramente in poesia si vedono utilizzare parole semplici, una metrica ed un ritmo precisi e puliti, e toccare nello stesso tempo corde profonde dell’animo umano.

    Insomma il Guido, malamente oscurato e bypassato dallo studio scolastico della letteratura italiana, mette in fila parole ed immagini da vero Poeta. Con lui, gli ultimi spasmi di una certa “maniera” della poesia, si fanno vivi nel verso acuto ed originale. Nel lessico che di rado scivola nella melassa retorica della poetica.

    Parole tangibili, concrete, per concetti astratti e dolcissimi.

    Che bello che sei Guido.

    Che bello un poeta che parla d’amore senza citare l’amore o le classiche figure legate all’amore!

    Specie nella “Risorta”, in cui Gozzano pare indicarci: siamo stati amanti, ci siamo rivisti, c’è scappata la scopata. Eppure, com’è poetica e senza pretese questa scopata.

    Come è dolce, Risorta, il guardarci con occhi animali, nel torpore post orgasmico che confonde sonno e veglia, in un confine sudato.

    Che mi farebbe dare a fuoco tutti i microscopi e le farfalle ancora vive.

    Gozzano va letto perchè lì ci trovi tutta la carnalità dell’essere umano, le passioni, le contraddizioni e le frustrazioni, ma anche e sopratutto la costante percezione di un filo di cotone che collega l’uomo con qualcosa di più grande, di più alto, di immenso.

    Cosa c’è di più bello dell’amore degli umili? Forse chi sa raccontare bene, l’amore degli umili.

     

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